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     Laboratorio teatrale LE TRACCE  

 

La cantatrice calva

di Eugene Ionesco

     Regia di Alberto e Gianni Buscaglia

                                                                                       

       Personaggi e interpreti:

Signor Smith Alberto Calvi
Signora Smith Pina de Filippo
Signor Martin Stefano Bassetta
Signora Martin Giuliana Zibetti
Mary, la cameriera Elena Finardi
Il capitano dei pompieri Alberto Ape

 

 

 

 

Ambientato in una tipica, stereotipata casa inglese, l’atto unico di Eugène Ionesco propone una lettura puntigliosa del perbenismo borghese e delle convenzioni sociali, anche se virata in chiave farsesca.

I padroni di casa, tiranneggiati dalla propria cameriera, accolgono tra le mura domestiche una coppia di amici per trascorrere una piacevole serata in compagnia. Fin qui tutto nella norma, se non fosse che i due ospiti, una volta lasciati soli nel salotto, stentano a riconoscersi e, solo dopo una lunga ricostruzione di coincidenze e date, riescono a stabilire di essere realmente uniti in matrimonio. Inoltre, il tempo scandito da una pendola “anarchica”, che “…indica sempre il contrario dell’ora che è…”, le due coppie si gettano a capofitto in diatribe che sembrano frutto di allucinazioni, s’imbattono nella visita inaspettata di un Pompiere in cerca di un fuoco da spegnere, sopportano l’esuberanza affettiva di quest’ultimo con la cameriera, fino ad arrivare, in un finale pirotecnico, ad insultarsi e minacciarsi in maniera quasi del tutto incoerente, sbriciolando ogni parola in interminabili scie di lettere dell’alfabeto.

Nonostante l’indubbia comicità della piéce teatrale, spiazzante per situazioni assurde sia fisiche che verbali, Ionesco non scade nella pura comicità, attento a far sì che le scene restino avvolte da un senso si inquietudine che porti lo spettatore a riflettere sul senso dei costumi e delle convenzioni.

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LA CANTATRICE CALVA :

MANUALE DI CONVERSAZIONE PER FANTOCCI

di Gian Renzo Morteo

L’aspetto che immediatamente colpisce, ancor oggi, nell’opera di Eugène Ionesco, è quello linguistico. Raramente capita di imbattersi in autori che usino le parole con altrettanta libertà e spregiudicatezza, staremmo per dire irriverenza. Ionesco le deforma, le mutila, le concerta nei più bizzarri e gratuiti giuochi di rime e di assonanze, giungendo spesso a farsene gli strumenti per effetti esclusivamente sonori.

I risultati, per lo più, sono francamente comici, tanto che qualcuno ha ritenuto di poter stabilire un raffronto con l’umorismo maccheronico di certo teatro di rivista. (…).

Ciò tuttavia non autorizza a considerarlo un semplice farceur, con nessun’altra preoccupazione che non sia l’ilarità dello spettatore. Si tratta, per così dire, di una comicità funzionale, strettamente legata al tipo di personaggi posti in scena e al processo che l’autore fa loro subire, e per ciò stesso infinitamente amara. Le parole deformate, mutile, i meccanici giuochi di rime e di assonanze, gli accostamenti e i pseudoragionamenti basati esclusivamente su affinità foniche tra vocaboli, i gargarismi vocali, l’ebbrezza comiziale di un’eloquenza fine a se stessa sono l’espressione e la conseguenza della confusione che regna in spiriti opachi e meschini, intrisi di tutte le risciacquature della società, raramente padroni di sé, spesso doppi, sempre naturalmente ipocriti e diffidenti di fronte ad ogni sorpresa, ma per altro impegnati ad ingannare se stessi.(…).

I fantocci della Cantarice calva sono le conchiglie vuote che le onde trascinano. Schemi ormai senza contenuto in una società che continua a portarsi appresso le ampolle di essenze irrimediabilmente evaporate e che nel puntiglioso quanto grottesco rispetto del rituale – non per nulla l’azione ci porta in un salotto borghese – s’illudono di eludere le domande senza risposta.

 

(E.Ionesco: "La cantatrice calva", Einaudi, 1958.)

 
 

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