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     Laboratorio teatrale LE TRACCE  

 

LA DONNA DI GOVERNO

di Carlo Goldoni

     Regia di Alberto e Gianni Buscaglia

 Personaggi e interpreti:

 

FABRIZIO (vecchio benestante)

Alberto Calvi
GIUSEPPINA (nipote di Fabrizio) Giuliana Zibetti
ROSINA (altra nipote di Fabrizio) Silvia Castelli
VALENTINA (governante di Fabrizio) Giuliana Zibetti
DOROTEA (zia materna) Elena Finardi
FELICITA (sorella di Valentina) Pina De Filippo
FULGENZIO (amante di Giuseppina) Andrea Camposaragna
IPPOLITO (amante di Rosina) Stefano Bassetta
BALDISSERA (amante di Valentina) Walter Mandelli
UN NOTARO Alberto Ape

 

Scritto immediatamente prima degli Innamorati, questa commedia in versi martelliani risulta essere il testo centrale, per qualità e contenuti, di quel gruppo di commedie goldoniane definite in modo molto appropriato “cattive”.

Valentina, giovane avida e senza scrupoli, ricopre il ruolo di governante (“donna di governo”, appunto) nella casa di Fabrizio, vecchio benestante. A forza di astuzie e di freddamente calcolate moine, la ragazza è riuscita a far innamorare di sé il padrone, con l’unico scopo di arricchirsi alle sue spalle e di poter così sposare l’amante Baldissera, squattrinato mascalzone dedito al gioco d’azzardo.

Per riuscire nei suoi intenti, Valentina mette zizzania tra l’irascibile Fabrizio e le sue nipoti, Giuseppina e Rosina che, vista l’influenza della governante sullo zio (che, su consigli di Valentina, vuole forzare alla vita monastica la prima, già promessa al giovane Fulgenzio, e maritare la seconda al timido ed impacciato Ippolito), necessitando di un aiuto, si rivolgono alla zia materna Dorotea, bisbetica quanto il vecchio.

Imbrogliata dalla propria sorella Felicita, canaglia quanto lei, e dal proprio amante, smascherata e condannata dall’intera famiglia e dallo stesso Fabrizio, costretta ad andarsene e a vedere Giuseppina e Rosina tornare al posto di “padrone” che loro spetta, Valentina riesce comunque a conservare a “titolo di dote” i denari che ha rubato al padrone e a sposare Baldissera.

 

NOTE DI REGIA

Nella Donna di governo - testo centrale per qualità e contenuti di quel gruppo di commedie goldoniane definite molto appropriatamente "cattive" - si nota subito una evidente schizofrenia tra la "bonaria" e un po' stucchevole musicalità del ritmo del verso martelliano e la "reale" brutalità dei rapporti tra i personaggi. Ma è proprio questo scarto così visibile a far scattare, oggi, una possibile chiave di lettura per la messa in scena di questo testo così trascurato dalla regìa moderna: quei versi, con il loro inevitabile ritmo, sono un formidabile alleato per superare il naturalismo che affligge tante messe in scena dei testi goldoniani, con tutto il loro corredo di paccottiglia pseudo-settencesca: fazzolettini, ventagli svolazzanti, tricorni, nei, parrucche, ecc., continuamente e ingiustificatamente esibiti da attori che non sanno mai dove mettere le mani. Nella Donna di governo i personaggi sanno benissimo dove vorrebbero mettere le mani: nei più dei casi se le metterebbero volentieri addosso, portati come sono a continui eccessi verbali, a umori neri, a depressione, a sfiducia reciproca, a sospetti, inganni, parassitismi e soperchierie. Quando non sono "cattivi", sono idioti, o senilmente impreparati alla passione, all'ingratitudine e al tradimento. Proprio questa scelta di lettura antinaturalistica ci ha portato, nel corso del lungo lavoro di laboratorio, a una semplificazione via via sempre più pronunciata anche sul piano visivo, dove, all'astrazione del verso martelliano corrispondeva una presa di distanza dalle varie preoccupazioni filologiche, dato che i sentimenti e i comportamenti dei personaggi della commedia si comunicavano anche al di fuori di un verosimile contesto settecentesco; anzi, nel corso del lavoro di palcoscenico ci siamo persuasi che per accentuarne l'attualità occorreva che si decon-testualizzasse e si rendesse il meno riconoscibile possibile anche il loro aspetto esteriore: da qui la scelta di un imprecisato, anonimo e atemporale trovarobato che puntasse più al carattere e alla psicologia dei personaggi che non a un generico, e forse anche più astratto, rispetto delle verosimiglianze storiche.

 
 

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