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     Laboratorio teatrale LE TRACCE  

 

Gli imbianchini non hanno ricordi

di Dario Fo

     Regia di Alberto e Gianni Buscaglia

                                                                                       

       Personaggi e interpreti:

Vedova

Pina De Filippo
Imbianchino Stefano Bassetta
Capo Walter Mandelli
Signore Alberto Ape
Anna Elena Finardi
Daina Giuliana Zibetti
Sonia Francesca Piccolo
Manichino (Giorgio) Alberto Calvi

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La “farsa per clown” scritta da Dario Fo è ambientata in una “casa chiusa” negli anni ’50, nel periodo immediatamente successivo alla Legge Merlin, che ne decretava la chiusura.

Due assai spensierati perdigiorno, spacciandosi per imbianchini (mestiere che non sanno svolgere, come tutti gli altri lavori, probabilmente) si ritrovano coinvolti nei traffici, poco chiari, della “padrona di casa”.

Quest’ultima, che passa per una povera vedova, in realtà tiene prigioniero il marito con uno stratagemma del tutto particolare ed assolutamente inimmaginabile.

I due sedicenti imbianchini, tra mille peripezie e colpi di scena, riusciranno a risolvere il caso, liberando il “marito” e conquistando l’affetto delle “ragazze di vita” della maison

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GLI IMBIANCHINI NON HANNO RICORDI : IL GIOCO DELLO SCAMBIO E DEGLI EQUIVOCI

di Franco Quadri

(…) Non è vero che i testi di Fo, come si usa dire per gli autori-attori che si confezionano i soggetti addosso, abbiano un interesse esclusivo di canovacci. Piuttosto bisognerebbe notare come le sue commedie pubblicate siano lontane dalla prolissa aritmia delle stesure originarie, asciugate e ritoccate durante le prove, rese teatralmente comunicative dal lavoro su e con gli attori, e in seguito dall’incontro col pubblico che ne promuove il continuo divenire; alla fine delle repliche si arriva a vere trascrizioni degli spettacoli, che dàn conto anche delle invenzioni mimiche, e son quindi passibili di suggerire nuovi spettacoli e di indirizzarne l’interpretazione. L’elemento visivo, espresso in gags che fisicizzano le battute, ne surrealizzano il senso o traggono semplicemente spunto dai ritmi dell’azione, e tradotto in movimenti corali esasperati e meccanici, è fedelmente registrato nella scrittura. Sono generalmente vecchi lazzi della commedia dell’arte, recuperi del repertorio popolare, tics chapliniani, rinsecchiti e stilizzati da una tecnica che si ricorda del mimo acrobatico di Lecoq, o riprende le accelerazioni o i gesti forsennati e eterodiretti di un Larry Semon, adattandoli a motivi di attualità.

Questi giochi scenici si innestano in precise situazioni che trovano antecedenti nel grande teatro comico, da Plauto in poi, a cominciare dal classico esempio del camuffamento o della confusione sull’identità dei personaggi, sfruttato in ogni possibile gamma, dal travestimento, allo scambio di persone; mentre a contrario agisce il tormento delle somiglianze (…). Alcune di queste convenzioni sono entrate come elementi canonici nel vaudeville, ai cui modi si rifà del resto la costruzione di intere scene.(…) . Alle cadenze ravvicinate della recitazione fa eco una singolare asintatticità dei tempi nel testo, dove le battute stravolgono il senso della razionalità; e vi fa capolino un parlato popolaresco che attinge a antiche tradizioni di teatro girovago, così come il gioco della recitazione cita scopertamente i lazzi della commedia dell’arte.

(Le commedie di Dario Fo, Einaudi, 1966).

 
 

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